Parco Massari, Ferrara, 1977

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

La vanità del quadro non basta più a se stessa.

Vinta,

la timidezza della logica trasgressione scivola, irrompe, esonda, coinvolge di movimento e figure che alludono a un gesto successivo, uno dopo l'altro, a un dopo che è suggerito dal precedente o che potrebbe essere smentito, l'intero ambiente.

 

 

Il quadro è inghiottito, non è più elemento motore, ma organo di un insieme, e di altri "medesimi" strumenti dell'espressione. Lo spazio è la rappresentazione che non rappresenta, è monologo tra artista e opera, dove l'opera è l'intero museo. Museo come spazio espositivo e spazio fisico architettonico.

Franco Farina, il direttore del museo (splendido, lui e il museo) mi dice: è tuo questo spazio, arrangiati e non chiedere aiuto. Ti chiudo dentro e nascondo la chiave. Ci vedremo tra una settimana. 

Così è nata la mostra a Parco Massari.

Dopo, tutto sembrò più facile. La figlia di Concetto Pozzati danzava tra le mie tele e i nastri come una farfalla, svolazzando in un impermeabile che in quel momento era scialle blu o rosso. Appena si sorprese di essere osservata da me, restò immobile in una fotografia di Zappaterra, e poi fu ingioata in un quadro, o si rifugiò dentro un quadro fino a sparire.